Via aereo

Finalmente nei nostri supermercati è arrivata la frutta via aerea.

Basta con banane, mango, ananas raccolti verdissimi, ancora acerbe e caricati sulle navi. Basta alla frutta che diventa marcia prima di essere matura. Basta al poter mangiare solo le varietà più acquose, le sole che resistevano a quel viaggio infernale.

Ora finalmente possiamo mangiare la papaya raccolta al momento giusto è portata con velocità ed attenzione sulle nostre tavole.

Finalmente il mare è un po’ più piccolo. Il mondo finalmente è un po’ più a portata di mano.

 

Per le persone, per le donne, per i bambini, per i giovani, per i malati, per chi scappa da una guerra per le persone, per le donne, per i bambini, per i giovani, per i malati, perché scappa da una guerra, per chi ha patito la fame, per chi ha visto ammazzare la propria famiglia…beh per loro ci stiamo ancora attrezzando.

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Via aereo

È tardi!

È tardi! Dai! Dobbiamo andare! Ci aspettano! Muoviti! Ma non ti basta mai! Dai che papà ha già chiamato! Dobbiamo andare in palestra! Sono in ritardo! Devo tornare al lavoro! Ho fretta! Per favore facciamo subito!

Se sono queste le prime parole che rivolgiamo a nostro figlio al mattino, perché si lavi vesta e faccia colazione, perché si prepari per andare a scuola, se sono queste le prime parole che gli rivolgiamo quando lo andiamo a prendere a scuola per accompagnarlo al doposcuola, e quelle che gli diciamo al cancello del doposcuola per portarlo a fare sport, o a catechismo o a casa dei nonni, quelle che gli rivolgiamo prima di cena per lavarsi le mani, e dopo cena per lavarsi i denti; se anche quando gli diamo la buonanotte a volte ci scappa un:”dormi subito amore mio, che domani ci dobbiamo alzare presto”, allora non stupiamoci che la prima parola dei bambini sia sempre la stessa.

“Aspetta mamma, ancora un attimo papà!”.

Non sono impazienti i nostri figli, non sono incoscienti delle responsabilità della vita, non sono dei rompi coglioni gratuiti. Ci implorano, con tutta la caparbietà e l’ostinazione di cui sono capaci, di fermarci. Di prenderci almeno un attimo per guardarli, per parlare con loro, per chiedere loro come stanno. Magari addirittura per giocare.

I nostri figli provano a chiederci di vivere, di viverli.

Perché ci sarà un domani, ma non sarà mai come oggi.

 

È tardi!

Raccontare il cambiamento

Amo il mio lavoro.

Ieri sera, impossibilitata a dormire per i dolori di pancia di Creatura, mi sono chiesta che cosa abbiano in comune i vari contesti in cui ho lavorato come educatrice. Adolescenti accolti in casa famiglia, donne vittime di violenza, ragazzini del doposcuola, Centri Estivi, richiedenti asilo… sono situazioni che richiedono di imparare competenze nuove ogni volta, di modulare il proprio linguaggio in modo differente. Eppure ogni volta mi sono detta:”sono fatta per fare questo lavoro!’.

Sono una donna chiama la relazione , l’incontro . Che si appassiona dell’ umano , qualunque esso sia . Sono una persona curiosa , e trovo nell’altro vie d’accesso verso lati di me che ancora non conosco.

Ma forse c’è un aspetto che per me è ancora più importante. Ciò che mi appassiona in questo lavoro è lo stesso che cerco nei romanzi che amo leggere. È il poter osservare, accompagnare, condividere, raccontare storie di trasformazione. A volte sono micro cambiamenti, altre volte sono rivoluzioni, giri di boa. Spesso si assiste al cambiamento che altri hanno ispirato, e si resta gratuitamente inconsapevoli di quello che si innesca.

Non potrei fare questo lavoro, non potrei gustare allo stesso modo la mia vita, se non credessi che cambiare è possibile , anche nelle situazioni più dolorose è più buie.

Tutti, grandi e piccoli, abbiamo la possibilità di una vita un po’ migliore, un po’ più felice.  Unica categoria esclusa: chi si lamenta.

Per chi ha fatto della lagna il proprio abito, non è previsto cambio di stagione. Si sentirebbero nudi, da felici.

 

 

Raccontare il cambiamento

Armadio del cuore

IMG_20170906_155721.jpgOggi il Nano aveva voglia di costruire un armadio, che per lui significa sostanzialmente ritagliare due pezzi di carta e incollarli sopra ad un altro.

È in una fase patologica in cui chiede con voce supplicante di poter fare l’ultima paginetta di compiti prima di andare a dormire, in cui vuole che gli venga letto ciò che ti ho scritto sul succo per la colazione, mentre il resto del mondo ha gli occhi chiusi,  in cui scrive più di un notaio,anche mentre è in macchina. Quindi non mi sono stupita particolarmente della sua voglia di fare collage; più insolito mi è sembrato il voler fare proprio un armadio.

Così mi è venuto spontaneo chiedergli che cosa voleva metterci dentro. Mi ha guardato come se avessi chiesto la più grande delle banalità e con altrettanta disinvoltura ha risposto: “le cose importanti, quelle segrete che nessuno deve toccare e rompere.”

 

A me è venuto da sorridere. Ho pensato che avrebbe messo nell’armadio i libri che Creatura ha cominciato a stropicciargli, i suoi giochi preferiti, le pantofole da puffo, la bicicletta dalla quale ormai non si separa mai. Mentre io facevo l’inventario delle sue cose, lui disegnava.

“Gioele, posso chiederti cosa stai disegnando? Cosa vuoi mettere nel tuo armadio?”

“È l’armadio del mio cuore. Ci sono le persone a cui voglio bene”.

Una lacrima commossa bagna il mio sorriso.

Quanto ancora devo crescere per essere all’altezza di mio figlio?

Quando mi sono ripresa ho osato chiedergli chi stesse disegnando. “Questo sono io, mamma, non vedi i capelli?”

Accanto alla sua immagine, che occupa quasi tutto l’armadio, scrive e ritaglia i nomi di mamma, del fratello, del papa’ e una serie di lettere a casaccio che rimangono un mistero da Voyager.

Ma ecco, oggi mio figlio mi ricorda che il primo amore deve essere quello per se stessi. Me lo ricorda con la semplicità, la purezza dei bambini, senza tante pippe filosofiche. Con l’ovvietà di chi riconosce che chi non si ama non può amare, può solo servire.
Uno strato di colla, e l’armadio è sigillato. Possa la stick proteggere l’ amore che hai per te stesso per tutta la vita, figlio mio!

Armadio del cuore

Cambio di vita stagionale

La vita ci propone di continuo occasioni per cambiare, o quantomeno per chiederci se vogliamo cambiare, se ne abbiamo bisogno.

Oggi per me è l’occasione è stata il cominciare a mettere ordine nei miei armadi. Il rientro dall’Abruzzo mi ha fatto sentire tutto il fresco delle mie montagne e così mi sono messa a cercare i vestiti lunghi che avevo archiviato, ad accantonare quelli estivi. Di solito prendo con una sola abbracciata tutto quello che c’è nei cassetti e lo ficco in una scatola scrivendoci sopra estate. Della serie ” ci pensiamo l’anno prossimo”!

Questa volta invece ho provato a chiedermi chi vorrei essere l’estate prossima. Che vestiti ho veramente indossato quest’anno, e vorrei continuare ad indossare, in quali non mi riconosco più. Mi sono chiesta che donna vorrei essere tra un anno. Sono domande che fanno bene, perché ti aiutano a non mettere ordine in fretta, ma piuttosto a metterlo in profondità.

Ho accantonato i vestiti che quest’anno mi vanno morbidi, e che tra un anno spero mi siano enormi; i reggiseni dell’allattamento, che non uso nemmeno ora che allatto perché non mi piacciono; le maglie stinte e con i buchi che tengo da anni dicendomi che posso metterle in casa o nell’orto, perché mi sono detta che vorrei piacermi anche in casa e nell’orto; le t-shirt ricordo dei camposcuola di vent’anni fa, perché quelle restano giornate indimenticabili al di là dei souvenir; un impermeabili che mi hanno regalato, perché quando piove io ho sempre freddo e voglio un giaccone.

Mi sono resa conto così che c’è molto spazio. C’è spazio da riempire, e non solo di cose, ma soprattutto di desideri da realizzare. Mi sembra una buona prospettiva per viversi l’autunno che arriva.

Cambio di vita stagionale

Aurea in fiamme

Penso che anche i luoghi abbiano un’anima. Che anche le case, le piazze, le città, i boschi e le montagne abbiano un’aurea energetica, capace di mettersi in connessione con gli altri esseri e di dare o togliere forza.

Ce ne accorgiamo tutti quando entriamo in qualche ufficio e sentiamo mancarci l’aria, o quando in una piccola radura sentiamo che respiro ci si allarga e raggiunge l’infinito.

In questi anni ho cambiato più volte casa ho imparato via via ad ascoltare il respiro dei muri ancora vuoti, ad ascoltare la voce silenziosa delle stanze che avrei riempito. Ma più ancora che la sola casa, e l’ intorno che ne colora le vibrazioni. Il terrazzo, il cortile, il giardino, l’orto. Ma anche la chiacchiera con i vicini, il vocio del mercato sotto casa, le liti fuori del bar, i baci contro il muro.

Sto imparando che anche tutto questo è uno spazio ad abitare, da vedere, in cui prendersi cura. È la casa oltre la casa.

Quando ho visto per la prima volta la casa alla Badia di Sulmona, questa sensazione è stata particolarmente chiara. Avere come dirimpettaia l’abbazia Celestiniana, poter fare l’orto dove i monaci fecero l’orto botanico, sentire l’ombra sul cortile del Monte Morrone, con il suo eremo, guardare fuori dalla finestra e incontrare lo sguardo silente della Grande Madre, la Majella. Tutto questo mi ha fatto sentire fin dal primo giorno in un luogo sacro. E sacri dovevano essere i gesti per conservarlo e custodirlo nella sua bellezza.

 

Questi luoghi bruciano da ormai 13 giorni. Per mano di incendiari che restano nel buio, mentre le montagne, che sono diventate anche le mie montagne, non riescono più a gustarsi le notti estive.

Provo rabbia, e profondo dolore. Perché nonostante ora io non abiti più lì, sento che la sacralità di quei luoghi ancora è in connessione con me.

Ed è per questo che che provo a fare l’unica cosa che attualmente mi sembra il mio potere. Prendermi cura di me, del mio corpo, del mio spirito, della mia aurea. Provo a volermi più bene che posso, provo a fare primavera in me, perché questo rinnovarsi Soffi via tutta la fuliggine.

Aurea in fiamme

Morrone in fiamme

Abruzzese da parte di padre. Dirà questo di sé, da adulto.

Forse già ora lo sente che queste montagne che bruciano da giorni sono anche sue. Ed è per questo che ha diritto di esprimere la sua rabbia e il suo dolore.Lo fa come lo fanno tutti i bambini:facendo domande e ipotesi. Chiede dove scappano gli animali, se gli alberi poi ricrescono, dove dormono i suoi amici evaquati da casa, se il fuoco arriva anche nel nostro giardino, se gli uccelli scappano in volo  e se ci vedono col fumo.

Parla da ore di fuoco e acqua, pompieri e innaffiatoi da portare a mano da tutte le case della città, di pioggia di cenere che non doveva proprio entrare nelle nostra finestra.

Chiede anche dei cattivi. Chiede chi sono, se vogliono ucciderci con l’accendino, se può tenere la sua spada vicino al letto. Chiede se anche i cattivi diventano vecchi e muoiono, e vanno in cielo dove andiamo noi. Chiede se possiamo parlarci, quando li incontreremo in Cielo per dirgli che lui ha avuto paura di dormire da solo, la notte in cui loro hanno bruciato la sua montagna.

Io non ho risposte. Chiedo anche io, con lui, solo pioggia…IMG-20170820-WA0002

 

Morrone in fiamme