Senza parole (scritte)

Ultimamente la mia voglia di scrivere e raccontarmi è frenata dai tanti equivoci e malintesi che vedo nascere di fronte al testo scritto.

O meglio, non per il testo scritto in sé, ma per la mancanza di desiderio di comprendere ciò che le parole, anche quelle scritte velocemente, con troppi emoticon e puntini, vorrebbero esprimere.

E per risolvere questo non basta scrivere meglio. Non basta correggere la forma, mediare nel linguaggio.

Davanti a chi non vuole incontrare, capire, accogliere non trovo ancora soluzione.

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Senza parole (scritte)

festa della nascita

Domenica abbiamo celebrato la Nascita di Elia! Lo so che ha già 7 mesi, lo so che è bell’e pasciuto, lo so che “che roba è?!”, ma insomma, mica si poteva dare per scontato un Dono così, mica si poteva fare finta di niente di fronte alla Vita che si regala e rinnova con generosità!

Abbiamo bisogno di passaggi, di magia, di riti, che rendano speciali i giorni normali. Abbiamo bisogno di amiche volpi, che ricordino il colore del grano.

Abbiamo radunato tutti i nostri amici e parenti  per un pic nic…. Poi ci siamo svegliati e diluviava! Ho avuto una crisi di pianto-isteria-solitudine-malinconia-nervoso; poi ho guardato mia madre, che come una leonessa liberava il garage e vi trasferiva la festa, col sorriso più forte della fatica e mi sono ripresa!

C’è chi diceva “passerà”, chi “è l’ultimo scroscio”chi “è il clima giusto: la vita nasce dall’acqua”, chi gioiva per i fagioli nell’orto. Io guardavo Creatura, un pò di sottecchi: è vero che il tuo messaggio per me è, da appena concepito, quello di imparare ad accogliere la vita, gli eventi, senza troppi programmi, paranoie, filosofie. Grazie della tenacia con coi mi ricordi che vale la pena esserci in ogni caso, anche se le condizioni sono diverse da quelle previste ma…non potevi aspettare lunedì per il ripasso del programma?! Non avrebbe avuto la stessa efficacia, eh?!

Accolto il messaggio, è tornato il sole. Manco a dirlo. Così abbiamo potuto fare il “rito pagano” su cui vengo presa in giro da mesi!

Io e il papà abbiamo letto a due voci il racconto della nascita…le due versioni del parto, per ridere in poesia.DSC_0400

Abbiamo messo a dimora un albero di noce. L’ha scelto la bisnonna Anna: “è una pianta nostrana. E mettetela sul piano così vado bene a raccogliere noci”. Ha sorvolato sul fatto che la pianta delle streghe, attorno alla quale si sono raccolte proprio nella notte di S. Giovanni. Sotto le sue radici, c’è la placenta di Elia. Mi emoziona sempre, questa sacca energetica, le sono riconoscente, perciò sono orgogliosa di darle onore.DSC_0435DSC_0446

Poi ecco le fate madrine! Cinque donne, anime grandi, presenza di luce, con il potere di fare un dono per la vita al piccolo, come accade nelle fiabe. hanno donato un seme simbolico, che lui potrà coltivare e veder fiorire.

Le sue fate hanno messo  nella sua culla: DSC_0478.JPGla capacità di rialzarsi dopo le cadute, il sapersi “affrettare lentamente”, la perseveranza, la magnanimità, l’essere guardato da due genitori che si tengono per mano.

Lui per il momento si è ciucciato il suoi doni…se li assapora!

 

 

Per fare una fata madrina ci vogliono…10 padrini! E così tutti gli uomini, incoronati di rosmarino, hanno lanciato il loro augurio a Elia. Il padre è colui che mette le ali, che segna la direzione di volo, che permette di allontanarsi, conoscendo la via del ritorno. Così ognuno di loro, senza dir nulla, ha scritto il proprio augurio di volo in un palloncino che (nonostante la pioggia) si è staccato da terra.

E poi giochi coi bambini, chiacchiere, una quantità brasiliana di cibo, vino, birra, torta, risate, piedi nell’erba. In sottofondo, un continuo e sussurrato GRAZIE condiviso per la Vita di questo bambino.

festa della nascita

Liberi di vaccinare

Mi preoccupa questi accanimento politico e mediatico sui vaccini.

Perché sono madre di due nani non vaccinati, certo; perché non ce li ho dai 500 ai 7.000€ l’uno per la penale,pure; perché mi cago addosso all’idea che mi sospendano la responsabilità genitoriale,ovvio.

Ma forse sarei preoccupata anche se fossero vaccinati, se andassero a scuola dalle suore e mangiassero caramelle gommose a colazione. (La summa dei mali, insomma!!)

Perché in gioco non c’è solo un intervento sanitario (sulla cui urgenza e utilità si può discutere,credo serenamente); la posta è la libertà dei genitori rispetto ai loro figli, e dei figli rispetto a se stessi.

Ci siamo abituati in silenzio all’ obbligo scolastico fino a 18 anni, rassegnandoci a ragazzi grossi come uomini, con la forza delle mani spenta da un banco troppo piccolo, che non tiene conto dei loro talenti.

Abbiamo normalizzato i protocolli sanitari di visite, analisi, calendari che scandiscono la gravidanza i primi anni di vita dei bambini, senza nemmeno più chiederci se non possa esistere un’altra strada.

Ora ci impongono 12 vaccini. Dopo scendo a convincerci in modo ragionevole lo fanno con il ricatto, come fanno quei genitori stanchi quei bambini con i quali non hanno costruito una relazione.

Mi spaventano i totalitarismi, e decisioni calate dall’alto, le scelte decise da pochi per tutti. mi spaventano le ingerenze, la mancanza di rispetto, incapacità di ascolto. Mi spaventa la possibilità di abituarsi a tutto questo,di trovare sollievo dal fatto che c’è sempre qualcun altro che pensa a noi, che risolve le nostre domande.

 

 

 

 

 

 

Liberi di vaccinare

Un minuto di silenzio

L’hobbit medio ha 17 anni. L’età delle domande, dei silenzi, della la rabbia che scoppia all’improvviso, dei sogni che crescono più velocemente dei peli e dei muscoli, dei progetti che cambiano forma.

L’età dei desideri e delle paure.

L’età in cui l’altro ti specchia a tal punto che spesso ti riconosci più nel tuo compagno che nell’immagine che ti riflette al mattino.

Nella sua scuola è morto un ragazzo. Un Ragazzo di 17 anni, come lui. Che come lui e tutti i suoi compagni era probabilmente un frutto ancora acerbo di una bellezza in divenire, un mix di ormoni e rap, un impasto di serie tv ed emozioni.

Non Lo conoscevamo questo ragazzo, eppure oggi sentiamo che ha qualcosa da dirci, che c’è qualcosa che vorremmo dirgli. Perché non ce la possiamo tener dentro tutta questa malinconia, questa rabbia, questa angoscia. Abbiamo bisogno di guardarlo questo pezzo di specchio andato in frantumi, per non tagliarci le mani.

La risposta della scuola è stato un minuto di silenzio. E questo non fa che accrescere la mia rabbia e il mio senso di distanza da questa scuola.

A voi, insegnanti di adolescenti, chiedo con tutta la passione di cui sono capace:concedete ore di parole, piuttosto che minuti di silenzio, permettetegli di tirar fuori, piuttosto che li seppellire dentro.

Un minuto di silenzio

Si potevano mangiare anche le fragole

Tornando a casa da scuola Creatura continuava a piangere, pieno di sonno e accaldato. Mi sono fermata a bordo strada, in questa biscia di cemento mimetizzata tra i boschi, i rovi, il verde, il “prima”.

“Mamma, ci sono le fragoline!”. Nano ha delle antenne radar potentissime. Capta tutto, soprattutto se dotato di chilocalorie. “Possiamo raccoglierle?”

Ecco, incontrare ancora delle fragoline di bosco, dolcissime, e poterle raccogliere senza il terrore dei pfas, dello smog, delle scie chimiche é  il motivo della mia contentezza di oggi.

E della mia responsabilità per il domani.

 

 

 

Si potevano mangiare anche le fragole

il compagno perfetto

Torni a lui solo per estrema necessità. Quando ti accorgi che non c’è nessun altro su cui contare, che tutti ti hanno abbandonato.
Eppure lui ti aspetta, fedele. E fedele riparte, al tuo fianco. Si ricorda di te, nella sua memoria sono ben impressi gli ultimi messaggi che vi siete mandati.

Resta con te finchè lo vorrai, con tutta la sua capacità di resistere agli urti violenti della vita, con la sua carica infinita, con la sua semplicità e chiarezza. Con il dono incompreso di non farti perdere tempo in cose che, quando ci sono altri, ti sembrano fondamentali.

 

Grazie, amato Nokia preistorico.

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il compagno perfetto

prima volta in bicicletta

Se l’è portata dietro come un cavallo zoppo per tutta l’estate scorsa, spingendola nelle salite e nelle discese di Durlo. Guardava sfrecciare i suoi amichetti, pedalare veloci sulle loro bici con le rotelle. Ma lui le rotelle sulla sua non ce le aveva. ” Domani le compriamo”, gli ho ripetuto troppe volte. Lui mi rispondeva chiedendomi di portargli la sua bici senza pedali, la bici di Sulmona, per vedere se quella funzionava. Nemmeno in quello l’ho assecondato, pensando che se avesse avuto quella davvero non sarebbe mai salito su una bici normale.

Lui ha aspettato. Non era insistente, lamentoso, preoccupato. Non sembrava sentirsi inferiore agli altri. Dava proprio l’idea di uno che sa che arriverà il momento, e per questo valeva la pena portarsela ovunque, quella biciclettina gialla.

Perchè il momento giusto mica ti avvisa, quando arriva; e allora tocca stare sempre pronti, sempre con le mani sul manubrio pronte a partire.

La mia attesa era meno serena. Mi scocciava caricarmi in macchina questa bici sterile, fissare questi pedali sempre fermi. Non mi rassegnavo a quella catena caduta di cui nessuno si accorgeva. Ero impaziente, ecco. E allora ho provato a tenergli il sellino, a reggergli il volante, a sospingerlo. Durava un pò, mi chiedeva di aiutarlo, ma poi tornava al suo stile, alla sua indipendenza di pedone con bicicletta.

Poi il momento è arrivato. L’ho visto dalla finestra, all’improvviso. Il Nano in sella alla bici, i piedi sollevati sui pedali, in equilibrio, in discesa.
Facile, mi sono detta. La usa come quella senza pedali. Però forse….forse vale la pena provare.

“Nano, vuoi imparare a pedalare?”. Lui sorride mentre gli reggo il sellino. Il tempo di mettere i piedi sui pedali, intraprendere la discesa. Mi aspetto che appoggi i piedi, mi guardi soddisfatto del suo equilibrio e riparta da qui. Invece no. E’ il momento giusto.
Lui comincia a pedalare. Da solo. All’improvviso. Il manubrio gli trema per l’emozione. Ma non smette di pedalare, e di ridere.

Io mi commuovo più che di fronte ai suoi primi passi, perchè in questo suo prendere il volo e la distanza da me vedo il mio Nanetto crescere, cambiare, incarnarsi in uno dei cosiddetti “scatti di crescita”.

Ora, ancor più di prima, mi semini figlio mio: io resto dietro, guardo la tua scia andare a zig zag con euforia. Che sia una strada felice, Nano, ovunque ti porterà. DSC_0125.JPG

 

prima volta in bicicletta