Oveto sbatuo

Quando tornavo dalla scuola dell’infanzia, che all’epoca era ancora per tutti semplicemente l’asilo, la mamma mi preparava tutti i giorni un oveto sbatuo.

Metteva sul fornello un piccolo pentolino d’acqua e lo teneva a a bollire fino a che il pulmino non si fermava sulla strada davanti a casa.

Allora ci calava un uovo del pollaio della nonna, Uno di quelli che qualche anno dopo il mio fratellino assorbi-mamma avrebbe imparato a rompere nell’aia per distrarre un gallo che l’aveva preso di mira.

Un uovo di quelli con la terra e la paglia stampati sopra, non con l’inchiostro e la data come quelli che ci capitano adesso.

Io entravo in casa, toglievo le scarpe lasciandole dove chiunque ci sarebbe potuto inciampare, appallottolavo la giacca sul divano e cominciavo il mio logorroico racconto delle mie prime avventure scolastiche, con il resoconto al minuto delle volte in cui avevo fatto pipì.

Per la fortuna di mamma, bastavano 3 minuti perché l’ovetto fosse cotto. Lei lo bucava con un cucchiaino, ci metteva un pizzico di sale e lo girava. Me avvolgeva in uno Scottex e si gustava quei pochi istanti di silenzio mentre io gioivo della merenda più buona del mondo, che all’ovetto della Kinder han dovuto metterci qualcosa dentro, tanto quello che ti mangi e ridicolo, al confronto!

Era l’uovo fresco della giornata, era nonno che dava da mangiare alle galline, che le faceva rientrare la sera con un co co co co co, era nonna che le ammazzava nel cortile, facendomi infilare con somma goduria le mani su per il..  (avete capito!), cercando le uova non ancora deposte, per gustarle come un tesoro raro (PS. Se qualcuno avesse modo di farmene mangiare anche una sola, darei un capitale!). Era la sorpresa di scoprire dove covavano le checché, era la nonna Anna che le seguiva con lo sguardo dalla finestra. Era un condensato di Prendere, di Vita, di semplicità, cioe dell’essere sin plex, senza pieghe, lineari.

Quando ti bastava on oveto sbatuo per metterti a posto la giornata, per farti sapere che sei nel posto giusto. Il tuo.

Oggi, rivivo questo. Ci provo almeno

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Oveto sbatuo

storie che curano

All’età di 3 anni mi sono rotta il femore gettandomi in volo da un fienile per prendere un gatto.

Mio padre era con la nonna al Santuario di Monte Berico, per la visita del Papa.                  A prova che a volte si sa quello che si chiede, ma non ciò che chiedendo si può ottenere…

Mamma era in casa, probabilmente indaffarata a riportare la casa a un livello di abitabilità tollerabile, vista la presenza di due bambini piccoli.

Io giocavo in contrada, con gli altri bambini. Giocavamo sempre fuori, senza adulti che ci sorvegliassero da vicino. In realtà sapevamo che c’era un “controllo diffuso”, fatto di zie che ci cercavano per portarci un biscotto, di nonne che ci guardavano dalla finestra, di papà che passavano per strada per andare in stalla o nei garage.

Chiunque dava un occhio a tutti i bambini, perchè eravamo un pò figli condivisi. Credo sia questo che ha instillato in me il desiderio di lavorare per realizzare una “comunità educante”, ovvero una rete di persone che sente di appartenersi, in qualche modo, e che per questo quando pensa al meglio per sè pensa sempre anche al meglio per gli altri.

Del periodo post operatorio e di ripresa ho molti ricordi.  Il letto messo in cucina perchè io potessi stare con il resto della famiglia, la torta di riso soffiato per il compleanno della cuginetta, festeggiato in trasferta, gli esercizi estenuanti in cui dovevo eroicamente chiudere il ginocchio attorno ad una spagnoletta di filo rosso, le docce da contorsionista, la polvere di gesso nell’ombelico, le stampelle ambite come un trofeo da tutti i bambini, la testa dorata di mio fratello, piccolissimo, che mi guardava senza ben capire, parlottando in modo buffo.

E poi, il libro.

Mamma e papà non mi avevano mai letto storie prima, non essendo lettori. Come non ne hanno lette ai miei fratelli, non essendocene la necessità e l’inevitabilità. Io sono stata una privilegiata. Aver scoperto il gusto della lettura, il fascino del farsi trasportare da una storia, la magia del vivere innumerevoli altre vite, oltre la mia, val bene quei 5 mm di differenza nella lunghezza delle mie gambe. Sono bastati 40 giorni di gesso, 40 giorni di “Il lupo e i 7 capretti”, più volte al giorno, per non voler più smettere.

Oggi mi emoziona leggere quello stesso libro ai miei figli, ricorrendovi soprattutto quando sono malaticci, come se pensassi che le storie curano….

Perchè in fondo è quello che penso davvero.

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storie che curano

La considerazione

Figli miei, Nano, Creatura, sto preparando un regalo per voi.

È qualcosa a cui penso da tempo, qualcosa per cui è  arrivato il tempo.

È un dono che ha un valore oltre quello che posso permettermi in questo momento, per questo mi ci vorranno ancora giorni, forse mesi, spero non anni per potervelo offrire.

So che mi richiedera’ fatica, sforzo, so che dovrò andare un po’ contro me stessa e buttare giù muri di resistenza che si sono calcificati in 30 anni di vita.

Ma penso sia necessario, per me e per voi.

 

Vorrei regalarvi, figli miei, la capacità di guardare le persone, tutte le persone, come il tesoro più importante che potrete conquistare nella vostra vita. Vorrei insegnarvi il rispetto, la devozione e la dedizione per ogni essere umano.

E assieme a questo vorrei riuscire a regalarvi la capacità di non perdere la Rotta per i giudizi, le critiche, gli sguardi mancati, le parole appuntite che le persone vi diranno.

 

Vorrei che poteste tenere in considerazione ogni persona senza che ogni persona possa farvi perdere la considerazione che avete di voi stessi.

 

So che esiste un unico modo perché nella vostra vita entri questo valore. Vederlo possibile, vederlo reale, vederlo incarnato.

È per voi, per l’amore viscerale che ci lega, che farò il possibile e l’impossibile per diventare una persona come vorrei che voi foste.

La considerazione

Buon compleanno Creatura

Non so parlare di te con poche parole, non riesco a racchiuderti in un’espressione sola.

Sarebbe come voler fermare il vento.

Sento che, per ora, posso solo trattenere le foglie che hai agitato col tuo passaggio, sapendo che tu sei molto di più.

Il tuo ridere a crepapelle per le battute dei grandi, il tuo sobbalzare per le pubblicità, la tua venerazione per il fratellone.

Il tuo cominciare a gattonare prima ancora di stare seduto, i passi incerti mentre ti reggi al biscotto che tieni in mano.

La tua fame insaziabile e le smorfie per le mie minestre.

Il tuo essere sembrato fin da subito un bambino autonomo, che aspira all’indipendenza; i tuoi abbracci caldi, lunghi, morbidi come chi ha scoperto da tempo che solo l’amore rende liberi.

La forza che mi hai messo da dentro per innescare e inventare vie nuove per noi.

Il tuo ispirarmi bellezza e positività.

La bocca da baci, i piedi da tenere stretti prima che corrano via.

Le pernacchie e il verso della mucca.

Il modo in cui riesci a farti prendere per mano da nonna A. e addirittura in braccio dallo zio M.

Il tuo esser chiassoso, permaloso, esigente e presenzialista, come tutte le Creature che hanno fame di Vita piena.

C’è un turbinio di colori e Fruscii attorno ai tuoi primi 365 giorni, figlio mio.

Li contemplo, li ammiro, li odoro e li ringrazio uno a uno.

Buon compleanno, piccolo amore.

Sii felice, sempre come ora.

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Buon compleanno Creatura

Via aereo

Finalmente nei nostri supermercati è arrivata la frutta via aerea.

Basta con banane, mango, ananas raccolti verdissimi, ancora acerbe e caricati sulle navi. Basta alla frutta che diventa marcia prima di essere matura. Basta al poter mangiare solo le varietà più acquose, le sole che resistevano a quel viaggio infernale.

Ora finalmente possiamo mangiare la papaya raccolta al momento giusto è portata con velocità ed attenzione sulle nostre tavole.

Finalmente il mare è un po’ più piccolo. Il mondo finalmente è un po’ più a portata di mano.

 

Per le persone, per le donne, per i bambini, per i giovani, per i malati, per chi scappa da una guerra per le persone, per le donne, per i bambini, per i giovani, per i malati, perché scappa da una guerra, per chi ha patito la fame, per chi ha visto ammazzare la propria famiglia…beh per loro ci stiamo ancora attrezzando.

Via aereo

È tardi!

È tardi! Dai! Dobbiamo andare! Ci aspettano! Muoviti! Ma non ti basta mai! Dai che papà ha già chiamato! Dobbiamo andare in palestra! Sono in ritardo! Devo tornare al lavoro! Ho fretta! Per favore facciamo subito!

Se sono queste le prime parole che rivolgiamo a nostro figlio al mattino, perché si lavi vesta e faccia colazione, perché si prepari per andare a scuola, se sono queste le prime parole che gli rivolgiamo quando lo andiamo a prendere a scuola per accompagnarlo al doposcuola, e quelle che gli diciamo al cancello del doposcuola per portarlo a fare sport, o a catechismo o a casa dei nonni, quelle che gli rivolgiamo prima di cena per lavarsi le mani, e dopo cena per lavarsi i denti; se anche quando gli diamo la buonanotte a volte ci scappa un:”dormi subito amore mio, che domani ci dobbiamo alzare presto”, allora non stupiamoci che la prima parola dei bambini sia sempre la stessa.

“Aspetta mamma, ancora un attimo papà!”.

Non sono impazienti i nostri figli, non sono incoscienti delle responsabilità della vita, non sono dei rompi coglioni gratuiti. Ci implorano, con tutta la caparbietà e l’ostinazione di cui sono capaci, di fermarci. Di prenderci almeno un attimo per guardarli, per parlare con loro, per chiedere loro come stanno. Magari addirittura per giocare.

I nostri figli provano a chiederci di vivere, di viverli.

Perché ci sarà un domani, ma non sarà mai come oggi.

 

È tardi!

Raccontare il cambiamento

Amo il mio lavoro.

Ieri sera, impossibilitata a dormire per i dolori di pancia di Creatura, mi sono chiesta che cosa abbiano in comune i vari contesti in cui ho lavorato come educatrice. Adolescenti accolti in casa famiglia, donne vittime di violenza, ragazzini del doposcuola, Centri Estivi, richiedenti asilo… sono situazioni che richiedono di imparare competenze nuove ogni volta, di modulare il proprio linguaggio in modo differente. Eppure ogni volta mi sono detta:”sono fatta per fare questo lavoro!’.

Sono una donna chiama la relazione , l’incontro . Che si appassiona dell’ umano , qualunque esso sia . Sono una persona curiosa , e trovo nell’altro vie d’accesso verso lati di me che ancora non conosco.

Ma forse c’è un aspetto che per me è ancora più importante. Ciò che mi appassiona in questo lavoro è lo stesso che cerco nei romanzi che amo leggere. È il poter osservare, accompagnare, condividere, raccontare storie di trasformazione. A volte sono micro cambiamenti, altre volte sono rivoluzioni, giri di boa. Spesso si assiste al cambiamento che altri hanno ispirato, e si resta gratuitamente inconsapevoli di quello che si innesca.

Non potrei fare questo lavoro, non potrei gustare allo stesso modo la mia vita, se non credessi che cambiare è possibile , anche nelle situazioni più dolorose è più buie.

Tutti, grandi e piccoli, abbiamo la possibilità di una vita un po’ migliore, un po’ più felice.  Unica categoria esclusa: chi si lamenta.

Per chi ha fatto della lagna il proprio abito, non è previsto cambio di stagione. Si sentirebbero nudi, da felici.

 

 

Raccontare il cambiamento