madri single

Domani è la festa del papà.
Delle filastrocche imparate per metà ma che commuovono uguale, delle manine stampate sul didò, del disco orario  a forma di tartaruga, delle cravatte e dei cioccolatini a forma di pipa. E’ il giorno in cui i figli faranno una visita al padre in casa di riposo – e meno male cade di domenica sennò sta settimana mi toccava due volte-, o porteranno un fiore su una lapide – chiedendo scusa per tutte le opportunità mancate-.

Ma questo domani.

Intanto stasera è il tempo delle madri single. Di quelle che rimboccano le coperte e poi si rialzano per lavare i piatti della cena, fare un’ultima lavatrice, preparare i vestiti puliti per l’indomani. Che toccherà alzarsi, senza baci e senza profumo di caffè che si diffonde dalla cucina, darsi un tono per sè, per il mondo, per quella creaturina che ancora si nasconde tra le lenzuola e ha in sua madre l’unico punto fermo.
Instabile, stanca, irascibile, scostante, stanca (già detto?), ansiosa: ma presente. Ingombrante, a volte, per cercare di camuffare il buco di un padre che non c’è.
Perchè lontano per lavoro, per amori nuovi, perchè ignaro di avere figli, perchè troppo giovane per assumersene la responsabilità, perchè mancato troppo presto, perchè allontanato dalla giustizia per la sua violenza, perchè hanno separato dai figli, oltre che dalle mogli. E mentre si guarderanno allo specchio, questa sera, togliendosi il filo di trucco rimasto e il mascara un pò sbavato dai bacetti della buonanotte, spereranno che le maestre se la siano dimenticata la filastrocca, che i loro figli non chiedano, anche quest’anno: “dove lo metto il regalo per papà?”, che  ce la facciano.
Come ce la fanno loro, le madri. Ogni giorno, con un faticoso sorriso.

 

 

 

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madri single

lotus birth

Anche per  Elia, come per Gioele, abbiamo scelto una nascita lotus. Significa che non abbiamo tagliato il cordone, lasciando Elia e la placenta collegati finchè il cordone di è seccato naturalmente e staccato. Aspettando Gioele avevo letto libri, fatto ricerche, fondato motivazioni; dovevo poter dare ragione di una scelta insolita, che destava disgusto, paura, perplessità a chi avevamo attorno. Questa volta, invece, sono rimasta rivolta verso l’interno e nei nove mesi mi sono spesso rivolta alla placenta, che ha fatto tanto per noi.

Non più “perché?”, ma “grazie perché…”. Cambiare prospettiva, assumere uno sguardo riconoscente invece che indagatore, mi ha permesso di guardare a questa creatura con semplicità e stupore bambino. Accoglierne la vita, il dono, l’energia; prendermene cura come lei si è presa cura del mio bambino in utero.

Durante il secondamento, mi sono sentita presente, come avvolta in una luce e una carica di energia; come se un angelo uscisse da me e si posasse al mio fianco. “Grazie”, è la parola che ho rivolto alla placenta, essere geneticamente identico al bambino, e quasi sempre trattato come uno scarto, un rifiuto.

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                                                           Perdonami, grazie, ti amo.

Le prime parole sono state il mantra ho’oponono che ha accompagnato i mesi di attesa. Il cerchio si chiude, un altro si apre.
Si può lasciar scorrere, lasciar andare. Non restano indietro cicatrici, rimpianti, sensi di colpa; solo esperienze che diventano gradini. Gradini di vita che permettono di salire, di crescere, ma soprattutto di scendere in profondità, di “essenzializzarsi”.

Gioele contempla la placenta. La chiama “la sorellina”. Mi aiuta a trasportarla, a cambiare il sale. Ne guarda l’interno, ricorda la sua vita uterina. Arriva a dire: “mamma, io non lo volevo il cordone. Per questo l’ho tolto”. E io che so che è nato con il cordone attorcigliato attorno al collo, che so che già al mattino del quarto giorno il cordone si è staccato, sono scossa da un brivido.

I bambini ricordano, ma per rispetto alla nostra cecità tacciono.

Elia, che ai miei occhi ci ha messo tanto a nascere, in realtà è pronto in tempi record a lasciare la sorellina.
La mattina del secondo giorno, mentre io e l’ostetrica lo guardiamo, nudo, dopo il cambio di pannolino, fa un pianto improvviso. Ci costringe a guardarlo. E il cordone si stacca, da solo, in modo pulito. Elia smette di piangere, e i suoi occhi si aprono per la prima volta davvero.

E’ uno sguardo che non so spiegare, ma per cui vale la pena, da solo, fare il lotus.
Lo ricordo anche per Gioele.  Fino a che sono attaccati al cordone, vivono ancora in un mondo a parte, attutito. Poi, all’improvviso, diventano coscienti, presenti, sono pronti.

Senza forzature, senza accelerazioni dall’esterno. Protagonisti, liberi.

Io, da madre, mi emoziono più per questa nascita che per la prima.
E gioisco di esserne stata resa partecipe da mio figlio, in modo così intimo.

lotus birth

fratelli

“Quando si litiga con un fratello o una sorella, si compete in termini strettamente paritari con qualcuno che non potrà mai andarsene e basta: un fratello non potrà mai distruggere completamente l’altro, eppure nè uno nè l’altro siu arrenderanno mai.

Per questo motivo, le lii tra fratelli sono parabole perfette del più ampio mondo circostante: delle guerre di confine, della rivalità professionale, del matrimonio. Devono finire con la riconciliazione, perchè altrimenti nessuno potrà più condurre un’esistenza decente, e la lezione sul come porre termine senza troppo rancore a una lite è una di quelle che accompagneranno per tutta la vita. “

Purves, Come non crescere un figlio perfetto.

 

Sempre più grata per il dono dei miei tre litigiosi fratelli!

fratelli

ti aspetto

Succede qualcosa di miracoloso coi bambini.

Lo sperimento di continuo con nano, senza smettere di stupirmi. Camminiamo assieme; lui si ferma per guardare un insetto, raccogliere dei bastoni, impilare dei sassi; io proseguo e lo lascio indietro. Lui alza lo sguardo, mi vede lontana, magari pure in cima ad una salita.
“Mamma, non ce la faccio!”
Ogni volta mi dico che dovevo aspettarlo, star lì, che ora mi toccherà tornare indietro, rifarmi la strada e col culo pesante non me ne tiene.

Tento un “ti aspetto!”. E accade il miracolo.
Lui sorride fiducioso, riprende a camminare. Spesso addirittura corre.

Da adulti, da genitori, da educatori, da mariti, da colleghi, forse dovremmo imparare a sospendere l’impellenza del fare al posto dell’altro, del voler risollevare chi è caduto prima che si accorga d’essere a terra, del tornare indietro sbruffando a riprenderci il figlio, la moglie, il vicino, il compagno di scrivania. Dovremmo imparare ad aspettare, a rimanere fermi in attesa. Fedeli, certi che l’altro ce la farà.
E forse dovremmo anche reimparare la tranquillità dei bambini, ai quali basta sapere che qualcuno li aspetta, da qualche parte, in terra o in cielo, per non fermarci.

 

 

ti aspetto

ma tu non ti arrabbi mai? – 2

C’è un libro, sul mio comodino, che mi fa pensare, che mi fa bene. Che regalerei a tutte le neo mamme, che leggerei ai corsi preparto.
E’ La rabbia della mamme, di Alba Marcoli. La psicoterapeuta racconta e riflette l’esperienza dei gruppi di mamme sul tema della rabbia verso i figli, in storie normali, quotidiane, che ci accomunano. Non sono le mamme che abbandonano nel cassonetto, che buttano dalla finestra, che soffocano i loro piccoli, che li scuotono. Non sono mamme che scontano pene penali, con cause di separazione per maltrattamenti, i cui figli vengono affidati a case famiglie.
Sono mamme, però, che si concedono la verità di dirsi che, a volte sì, l’hanno pensato di sbarazzarsi di quel piccolo mostrino che urla, che non trova pace, che diventa paonazzo, che scalcia, si ribella, si impunta, fugge, si mette in pericolo. Perchè pensare non è agire. La Marcoli lo ripete tante volte nel suo libro. Ammettere di provare rabbia non è agire in modo rabbioso, violento. Tra i neuroni e le mani c’è la distanza delle parole, della condivisione, del non sapersi sole.
Solitudine, già. E’ questa la condizione privilegiata per sentirsi impotenti  tal punto da pensare che forse ci resta solo la mano pesante, per tornare  a contare qualcosa per qualcuno.

Forse le mamme assassine, le mamme maltrattanti, sono state innanzitutto donne e madri sole, ignorate nelle loro richieste silenziose di aiuto, di amicizia, di supporto. Sono state giudicate per il loro essere maldestre, condannate nei loro primi sbagli, rimbeccate di consigli, hanno ricevuto pacche sulla spalle e un”su su” quando dicevano di sentirsi morire. Forse chi non ha saputo contenere prima, ha bisogno poi di dire che erano donne malate, pazze, crudeli, pur di lavarsi la coscienza.

Siamo tutti responsabili delle mamme che si logorano nei sensi di colpa, dei figli resi storti da queste madri; nostra è la colpa del nostro disinteresse.
I figli sono figli i tutti. Le madri sono figlie di tutti.
La-rabbia-delle-mamme-libro

ma tu non ti arrabbi mai? – 2

tu non ti arrabbi mai?- 1

“Ma tu non ti arrabbi mai, con tuo figlio?”. Me lo chiedono le mie amiche, quando mi vedono sorridente e coccolosa con il Nano, riformulare le sue richieste improbabili, rispondere con un abbraccio alle sue sberle, restare tranquilla di fronte ai suoi no.

E io in cuor mio sospiro, sollevata: mi mimetizzo bene. Così bene che persino le mie amiche dubitano che io sbrocchi, perda la ragione, urli, strattoni, schiaffeggi, minacci, faccia piangere e sentire in colpa. Che poi io stessa pianga, mi senta in colpa, cerchi maldestramente di rimediare.

La tentazione di continuare a nascondermi dietro una facciata di perfezione è fortissima. Mi salva la possibilità di uno sguardo che so poter essere amichevole, complice, e non giudicante.

E allora ne parliamo, della nostra rabbia da mamme. Della nostra solitudine, del nostro sentirci a volte impotenti, del nostro amare queste Creature in un modo così viscerale che a volte lasciamo la testa in un cassetto.

Provo a togliere il velo, a dedicare qualche post a questo. Sperando di far sentire qualcuna meno sola (e di non finire in osservazione ai servizi sociali)

tu non ti arrabbi mai?- 1

secondo figlio

Che i figli non siano tutti uguali si sa. E’ così scontato dirlo che poi stupisce viverlo davvero.
E tu, Creatura, me lo insegni già dai tuoi primi 4 mesi di vita uterina.
Si impara anche e soprattutto per comparazione, per ricerca di somiglianze e differenze; perciò non mi impongo di non paragonarvi, ma piuttosto di rispettarvi nelle vostre differenze.
Con il Nano ho vissuto 9 mesi di esaltazione, entusiasmo, euforia, eccitazione, timori. 9 mesi di proiezioni, immaginazioni, slanci nel futuro. Mi chiedevo come sarebbe stato, di chi avrebbe avuto il naso e i denti (elementi geneticamente rilevanti!), come avrei reagito ai suoi pianti e alle sue coliche, che tutina gli avrei messo alla nascita; immaginavo il parto e l’allattamento, il portarlo in fascia. Mi è cresciuto più il sistema limbico del pancione! Manco a dirlo, il Nano è stato uno stupore continuo su tutti i fronti. Perchè non ci si prepara mai, a nessun Figlio.
Con Creatura, l’attesa ha il colore della normalità, della quotidianità. I toni a me sconosciuti del restare nel qui ed ora.
E’proprio vero che ogni Figlio viene per portarci ciò che ancora ci manca, per aiutarci a rimetterci ancora in cammino. E Creatura mi porta la pace del presente, l’assenza di smania. Sono meno curiosa, ma più fiduciosa;  più radicata, più in sintonia.
Non è un caso che ne percepisco i movimenti, le vibrazioni, fin dall’inizio: ciò che agognavo col Nano, arriva inatteso e insperato con Creatura.

Vien voglia di farne dieci, di figli…per vedere com’è!

 

secondo figlio