nostalgia

DSC_0347_1.JPGLa nostalgia è il dolore del ritorno.
E’ la ferita del marinaio che guarda verso la riva, senza riconoscere la sua terra.
E’ Ulisse che viene sbattuto lontano dall’abbraccio di Penelope.
E’ il desiderio della carezza della tua mamma, che ti coglie anche quando già sei nonno.
E’ il bisogno di casa, mentre attorno sono macerie.
E’ il ricordo offuscato di un viso, di un paesaggio, di una strada che ti assale quando ti raggiunge un odore famigliare.

E’ il sentimento dell’assenza, della distanza, del non più raggiungibile.
E’ spesso sorella del Rimpianto, del non fatto, del non detto, del non risolto.
E’ negazione.

Nel giorno del ricordo dei morti, è possibile che il vissuto di molti sia questo.
Reso più insopportabile dall’odore di incenso e crisantemi, dalla folla che spinge nei cimiteri, dai rituali troppo lunghi e impersonali.
Tu avresti voglia di ritrovare i tuoi, di cari; nel silenzio, nell’intimità, nella confidenza.
Di recuperare un pò di tempo assieme, di goderne ancora la presenza.

Io, ancora una volta, mi ritrovo a cercare i nonni che ho conosciuto e amato.
E, lontana dalle tombe, ringrazio per gli orti, dove ritrovo nonno chino, e per il caffè, che lui mescolava fino a spanderne, ogni volta, un goccio sulla tovaglia.
Benedico per la pesante seggia di nonna, che la sosteneva nei sonnellini davanti al fuoco, fino all’ultima volta in cui ha chiuse le palpebre, con le mani incrociate sul grembo.

Oggi mi accoccolo sulla sua sedia, e lascio scorrere qualche lacrima, che scivola fino alle labbra tese in un sorriso. Non c’è più nostalgia, qui dove è la Presenza.

nostalgia

papà bambino

I primi ricordi sono quelli che non ho vissuto, che non mi appartengono.
Sono i ricordi delle vite immaginate.

In questa casa hanno vissuto nonno e nonna appena sposati. All’inizio ci dormivano soltanto, facendo pranzi e cene nella casa affianco, dove abitavano delle sorelle di mio nonno. Immagino una convivenza non sempre facile, come sempre lo sono le convivenze tra famiglie diverse, con giovani sposi in vecchi nuclei. Immagino le parole non dette e quelle scappate di bocca, i rimbrotti e il tornare a far pace all’ora di cena, mentre la polenta si abbrustolisce sulla stufa.
Provo a immaginare come si sarà sentita nonna incinta del primo figlio, a condividere la notizia, la gioia e le paure con una famiglia allargata, coi consigli non richiesti ma poi rimasticati all’ombra.

Poi si sono trasferiti in questa casa. A casa Rondinela sono nati tutti i miei zii. Qualcuno ci è proprio venuto al mondo, ed è la Nonna-Mamma che invoco, quando la mia pancia tira calci oltre il tollerabile. Tutti e cinque ci han trascorso i primi anni di vita.
E’ in questa casa che  c’è stato l’imprinting del mio cognome, in un certo senso.
E qui immagino quei girelli pesanti, in legno, che a muoverli servivano polpacci da atleta: e infatti lo scopo non era tanto che il piccolo camminasse, ma che si stesse fermo e buono! Dove doveva camminare poi, in queste case piene di scale?
Immagino quel seggiolone da pappa, ancora più pesante, dove avranno assaggiato le prime polente.
Le grida dei fratelli che si rincorrono, non si capisce se litigano o giocano. Gli sguardi buoni di nonno che fanno fare.
Pezzi di formaggio sul tavolo, di un sapore mi manca. Pane dal fondo scuro, cotto a legna. Polenta fumante tutte le sere.
E poi provo a immaginare papà bambino. Qui è possibile, anche per una figlia, osare questo pensiero: anche i miei genitori son stati bambini.

Di papà bambino ho una sola foto, in bianco e nero, leggermente mossa. Testa piena di riccetti biondi. visetto pulito, sguardo un pò ingenuo. Ricci a parte, è lo stesso che conosco. Non so come sia diventato colui che è. Forse anche grazie ai dispetti delle sorelle, ai favoritismi nei suoi confronti da parte di nonno (che gli concedeva sempre la coscia di pollo), alle estati passate nei campi a saltare sui covoni, alle sassate tirate e ricevute dopo il catechismo con i bambini della contrada di Durlo Basso (le lotte più acerbe, manco a dirlo, quelle con mia madre…!).

Oggi questa casa echeggia di risate argentine.

papà bambino

scatoloni chiusi

Quasi sicuramente a breve traslocheremo un’altra volta, dopo soli 6 mesi. (ormai ipotizzo l’acquisto di un camper-casa!)

Proprio l’altro giorno mi sono imbattuta in vari scatoloni, rimasti chiusi dal nostro primo trasloco, ormai 4 anni fa. Imballati nella casa viterbese, e mai riaperti. Me li sono portata, chiusi, in questa casa, e ora, senza fare lo sforzo di aprirli li trasporterò direttamente nella nuova casa.

Potrebbero contenere libri, gingilli inutili, vecchie lettere o bollette, vestiti ormai di un’altra taglia, foto. Chissà. Potrebbe essere roba da buttare, da regalare, da rivendere o che mi darebbe gioia rivedere e usare ancora.

Chiusi, restano un mistero più grande di quel che sono in realtà.

Un pò come gli scatoloni chiusi che ci portiamo dietro nella vita, senza la voglia, il tempo, il coraggio d’aprirli. Un’etichetta sbiadita recita “rapporto con mamma e papà”, “avrei tanto voluto…”, “esperienze scolastiche irrisolte” , “tutta ciccia e brufoli”, “morale di chi?” e altre che non riesco a leggere, perchè finite in fondo in fondo all’anima, ben impolverate….

Mi illudo basti portarmele dietro, perchè prima o poi si liberino e mi liberino del loro peso ingombrante. Rimando e delego. Ma un angolo della coscienza sa che rischio di lasciarli in eredità ai miei figli (qualche scatolone ereditato, noi a casa ce l’abbiamo, tanto per dire…!), di rendere per loro difficile l’esperienza di abitare una casa sgombra, svuotata dalle mie vigliaccherie.

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San Martino, santo dei traslochi…. stavolta ci mettiamo le mani: promesso!

scatoloni chiusi

babbo Natale non esiste

Attenzione! questo post non è adatto alla lettura da parte di bambini, creduloni e commercianti!

Ho qualche problema col vecchio della Coca Cola. Niente di personale, ci mancherebbe, ma preferirei non presentarlo a mio figlio, ecco tutto.

Perchè?

1. Perchè non esiste, e scusa se è poco. E’ un personaggio inventato, irreale. Ma certo che come motivazione non regge. Gli racconto di fate dei boschi, di animali parlanti, di fagioli che arrivano al cielo… vero. Ma le fate dei boschi, gli animali parlanti e i fagioli non muovono un business incredibile, non innescano meccanismi di ricatto, reazioni relazionali quasi perverse. La fantasia fa girare il cervello; Babbo Natale fa girare l’economia… e le palle di chi fa il suo compito.

2. Perchè mi sembra affascinante, magica, emozionante la realtà. Cioè che nel giorno di Natale le persone che si vogliono bene possono manifestarselo anche facendosi un regalo. Il che significa che:

a) Le persone che hai attorno ti vogliono bene! (mica un vecch

io che non si fa vedere, e se si fa vedere è pagato dal proprietario del negozio)

b) le persone possono farti un regalo (non sono obbligate  a farlo per non deluderti!)

c) tu puoi fare un regalo a loro, e così partecipare alla festa (senza lasciar fare tutto alle renne, standotene al aspettare)

d) esistono anche modi diversi dal regalo per dirsi il bene: li andiamo a scoprire?

3. Perchè vorrei insegnargli a riconoscere altre magie: il segreto delle api, il modo in cui le formiche costruiscono la loro casa, il tempo che passa dalla semina al raccolto, come nascono i bambini, il genio di De Andrè, le rime alternate, la scrittura, fare i calcoli a mente, il perchè del lievito. Piuttosto mi terrei il beneficio del dubbio

sulla magia dell’incarnazione di Gesù, sull’Eucaristia, sulla vita dopo la morte. Non voglio togliere a mio figlio i motivi di stupore, vorrei costellargliene la quotidianità!

4. Perchè se tutta la faccenda si limitasse a un pacchetto che mamma e papà nascondono sotto l’albero…pure pure. Altro è un regalo ad ogni componente della famiglia si sente obbligato a fare ad ogni altro componete della famiglia (e per chi viene da una famiglia numerosa vi assicuro che è uno stress pensare ogni anno ad un regalo per ognuno!). “E suo fratello? Poi ci resta male?” “Loro ci fanno sempre un  regalo, vorrai mica fare brutta figura…!”. Diventa uno stress, una corsa al regalo low cost, uno spreco economico, e un regalo che perde la sua natura di dono, di pensiero fatto a misura dell’altro.  E’ una festa fintamente bimbocentrica. E già il bimbocentrismo mi irrita, figurarsi se è finto!

5. Perchè il bambino, nello stupore che noi adulti cerchiamo smaniosamente nei suoi occhi per sentirci ricompensati di tanto affanno, non cerca il dono di Babbo, il tintinnio delle renne. No, cerca ciò che ha esplicitamente, preventivamente, puntualmente chiesto via letterina. Ma quando mai i regali si richiedono? E’ Babbo Natale o è Amazon?! Chi crede non sia vero non ha mai visto un bambino deluso, arrabbiato, che straccia la carta e accantona il regalo che non è all’altezza delle sue aspettative. E mi sembra crudele fargli prima decidere e chiedere, e poi fregarsene e prendergli altro. Lo sai che ti chiederà il gioco costoso che non ti puoi permettere: diglielo prima, non farlo gasare fino al 25!

5. Perchè prima o poi scoprirà che è una cazzata. Potrebbe restarci male, perchè ci ha creduto veramente. Oppure potrebbe far finta di nulla per un altro paio d’anni, per paura che se fa coming out gli sarà negato il regalo.  E allora avrete creato l’ipocrita perfetto.

sono troppo cinica? voi che fate?

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babbo Natale non esiste

AAA cercasi amici nerd

Nell’era dei “figli digitali” ognuno di noi ne ha almeno uno. Noi che quando a casa è arrivato il primo computer abbiamo guardato quei due-tre scatoloni come si guarderebbe un alieno. Noi che le prime volte solo per accenderlo ci sedevamo tranquilli, concentrati, spegnevamo la tivù e socchiudevamo la porta della camera come se lavorassimo ad una missione segreta. Noi che dekstrop ancora non sappiamo come si pronuncia, figurarsi come se ne cambiano le impostazioni. Noi che la prima enciclopedia era la biblioteca, poi quella acquistata a rate, poi una valigtta di floppy disk in alfabetico; che quando abbiamo scoperto wikipedia ci sembrava di possedere tutto il sapere del mondo. Noi che quando scriviamo un testo su word inevitabilmente qualcosa si cancella, sovrascrive, annulla, scompare. Noi che sì il computer lo uso, ma finchè si comporta bene. 

Ognuno di noi ormai conosce uno di loro.

Loro sono quelli che a un anno parlavano al cellulare selezionando il nominativo in rubrica, a due si connettevano con la zia su skipe, a tre disegnavano con paint e a 5 modificavano le foto con photoshop per condividerle poi su  facebook. Loro che smanettano con non-chalange tutto il dì, che si destreggiano con eleganza tra codici, password, accessi, programmi, link, e diavolerie inglesi. Loro che parlano poco, pochissimo, almeno finchè non odono suoni tipo bite, masterizzazione, widget o simili. A loro, noi vorremmo chiedere, farci spiegare, farci aprire le porte di un mondo che ci spaventa  attrae assieme: ma rinunciamo perchè comunque la loro è una spiegazione troppo veloce, troppo tecnica, troppo che ci fa sentire scemi. L’amico nerd è così, ti svuota il conto per farti capire che non è abbastanza protetto, che la password è elementare, mentre tu gli avevi solo chiesto di stamparti un estratto conto.

Quindi cerco un lettore nerd atossico, abbordabile, uno che mi spieghi in lingua corrente come cavolo posso pubblicare i prossimi eventi nella casellina in basso al blog. Perchè non è vero che non ci sono eventi in programma prossimamente, anzi ce ne sono una frega, ma non so come dirvelo!!!

 

AAA cercasi amici nerd

Comunione..che mi comunichi?

L’altro giorno, in una chiesa, ho notato un manifesto che riassumeva in tabella le condizioni per poter fare la Comunione, per fare il padrino/madrina, addirittura per essere membro del Consiglio Pastorale. Divorziati, separati, risposati, conviventi, pentiti o convinti, c’era un no per tutti. Al massimo un “ni” per qualche eccezione.

Naturalmente non erano citati- ed esclusi- i mariti che picchiano le mogli, le signore che Natale è un giorno buono per la pelliccia, i bulli che torchiano i ragazzini, i bestemmiatori, gli atei, chi va a prostitute, chi nega l’affetto ai figli. Ma non  sono sdegnata perchè vorrei una lista più lunga. Sono sdegnata perchè non dovrebbe esserci alcuna lista.

Non è corretto dire che io credo in Gesù Eucaristia, non è solo questo. Perchè il credere può anche non cambiarti la vita, non toccarti le viscere, può restare celebrale. Io quel pane lo amo, profondamente. E mi sento attratta, attirata, riamata da quel Gesù che si nasconde nella farina. L’Eucaristia è per me il luogo e la via dell’incontro con Dio, è la parola scambiata dentro la relazione, affinchè ci sia la relazione.  Se Dio è amore, è volontà di incontro, è passione per l’Uomo, è desiderio di offrirsi, come può un altro uomo mettersi in mezzo per impedirlo? Come può la chiesa decidere fin dove può spingersi l’amore di Dio?

Mi sembra che la Chiesa dispensi l’Eucaristia come un MERITO: a chi è in grazia, a chi è confessato, a chi rispetta i comandamenti, a chi ne capisce il valore. Io penso invece che essa vada offerta come un MEDICINALE: a chi è lontano, a chi è solo, a chi è ferito, a chi non la capisce, a chi è in contraddizione, a chi lotta, a chi cammina a tentoni, a chi è caduto, a chi ama in malo modo (ma ama!). Più grave è la malattia, più forte sarà il farmaco. E qui non si parla di Tachipirina, Metadone o Ritalin; qui è Cristo… è prer casi gravissimi!

L’altro giorno mamma mi ha detto che anche quando litiga con papà lei gli prepara la cena, si prende cura di lui, non lo lascia “morire”. Cara Chiesa, ti manderei a catechismo da mamma!

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Comunione..che mi comunichi?