scarpe da sposa

Posted: 01/06/2012 in semi sparsi

Il vestito l’hai preso. 

alla fine hai trovato quello che ti rende bellissima e felicissima per almeno 8 ore.

Ti pare anche di aver fatto un affare, d’aver trovato un buon compromesso qualità-prezzo (ancora non sai che questa convinzionE dura, anch’essa, 8 ore!). 

Quindi? Fato tutto? Stai quasi per tirare un sospiro di sollievo, quando ti vengono in mente le SCARPE. 

su,su, fatto il vestito non sarà un problema trovar delle scarpe: uno le scarpe le mette tutti i giorni, il vestito da sposa solo un giorno nella vita (almeno in linea teorica…)! Le vie traboccano di negozi di scarpe, e i negozi traboccano di scarpe. 

Ma bastano le prime due mezze giornate di ricerca, di dentro e fuori dai negozi, di commesse che scuotono il capo guardando il pezzettino di stoffa che tu tiri fuori sconsolata dalla borsa, di tentativi, di accostamenti azzardati,di speranze…e ti senti come quelle sventurate che portano il 36, o il 42.

Esistono scarpe, molte scarpe, moltissime scarpe, troppe scarpe. Ma nessuna per te, per il tuo vestito! Eppure, tutte le commesse te lo ripetono, “è un colore normale per un vestito da sposa!”. 

Diavolo, ma se è NORMALE, vi pare normale che a nessuno sia venuto in mente che forse qualcheduna non vorrà sposarsi scalza???!!!

Ed è allora cheti penti d’aver speso troppo per un abito d’un colore che non sarà mai di moda e che quindi…non avrà mai scarpe abbinate! 

 

Sono nati  i miei fagioli, seminati alternandoli col mais. E’ un trucco barucco dei nostri nonni, che sfruttavano la pianta del mais per farvi arrampicare il fagiolo, e la sinergia tra i due per fra crescere meglio entrambi.

E’ affascinante credere di sperimentare innovazioni agricole, quando non si fa altro che reimparare quello che non abbiamo saputo imparare dai nostri vecchi. O forse è l’unico modo per imparare davvero, questo provare-sbagliare-riprovare- ricadere- ricordare-riprovare- riuscire- raccogliere- offrire: forse i manuali dovrebbero essere composti da una sola pagina, con scritto:

“vai  e prova”…e poi pagine bianche per gli appunti.

Per ritrovarsi da vecchi ad avere scritto parole già scritte da altri, ma con un’altra calligrafia, un altro carettere, e sentirsi nello stesso tempo unici e parte d’un filo comune…

Forse definirsi NEORURALI è anche questo: è fare cose vecchie in un modo nuovo,  fare cose nuove in un modo vecchio.

Il  potente re Giaffer aveva tre figli maschi, tre inseparabili principi educati dai più grandi saggi del tempo, molto colti e pronti a cogliere ogni sfida intellettuale, privi però di un’esperienza altrettanto importante di vita vissuta: tutti teoria, insomma, e niente pratica.

Per provare, oltre alla loro saggezza, anche le loro attitudini pratiche, Giaffer, con uno stratagemma, decide di cacciarli dal regno: deliberò, per farli compiutamente perfetti, che andassero a vedere il mondo, per imparare con l’esperienza ciò che finora avevano letto nei libri.
Mentre i tre sono da poco giunti nel Paese di Beramo, potente imperatore, si imbattono in un cammelliere, disperato per aver perduto il proprio prezioso animale, unica fonte di guadagno.

I tre non l’hanno visto, ma per burlarsi del buon uomo e dilettarsi del proprio intelletto, dicono al poveretto che il suo animale l’hanno incontrato lungo il cammino.

Per assicurare il cammelliere sulle loro indicazioni, gli forniscono tre elementi che convincono il cammelliere della loro buona fede: il cammello perduto è cieco da un occhio, gli manca un dente in bocca ed è zoppo. Il buon uomo, rincuorato dalle buone notizie, ripercorre a ritroso la strada fatta dai tre principi, ma nonostante il lungo cammino non riesce a ritrovare l’animale.
Il giorno seguente, ritornato sui suoi passi, incontra di nuovo i tre giovani e si lamenta con loro di averlo ingannato. Per dimostrare di aver detto il vero i tre principi aggiungono altri tre elementi. Sono la prova che hanno veramente visto il cammello, ma sono anche la loro condanna.
Dicono: il cammello aveva una soma, carica da un lato di miele e dall’altro di burro, portava una donna, e questa era gravida.

Di fronte a questi particolari, il cammelliere dà per certo che i tre abbiano visto il suo animale ma, vista la ricerca inutile del giorno precedente, crede di essere stato gabbato e accusa i tre giovani, vestiti tra l’altro con panni modesti e non certo regali, di avergli rubato il cammello.
Iniziano così le peripezie dei nobili, imprigionati nelle segrete dell’imperatore Beramo che, convocata un’udienza e nonostante la sua magnanimità, considerate le apparenze, e le scuse addotte dai tre – l’abbiamo fatto per burlarci del cammelliere ma noi il cammello non l’abbiamo mai visto – è costretto a condannarli a morte perché ladri.

E i giovani verrebbero giustiziati se, per puro caso, un altro cammelliere, trovato il cammello e avendolo riconosciuto, non lo riconducesse al legittimo proprietario. Recuperato il mal tolto, e dimostrata in tal modo la propria innocenza, i tre vengono liberati. Prima però devono spiegare come abbiano fatto a descrivere nel dettaglio l’animale, senza averlo mai visto.

Ciascun particolare del cammello è stato immaginato, ed è poi risultato vero, grazie alla capacità di osservazione e alla sagacia dei tre giovani.

Che fosse cieco da un occhio era dimostrato dal fatto che, pur essendo l’erba migliore da un lato della strada, era stata brucata quella del lato opposto, a indicare che il cammello vedeva solo da un occhio, quello che dava sul lato della strada con l’erba mangiata.

Che fosse privo di un dente lo dimostrava l’erba mal tagliata che si poteva osservare lungo la via.

Che fosse zoppo, poi, lo svelavano senza ombra di dubbio le impronte lasciate dall’animale sulla sabbia.

E’ sulla spiegazione del carico, però, che la deduzione diventa più difficile e mira a stupire: il cammello portava da un lato miele e dall’altro burro perché lungo la strada da una parte si accalcavano le formiche (amanti del grasso) e dall’altro le mosche (amanti del miele); aveva sul dorso una donna perché in una sosta il passeggero si era fermato ai lati della strada a urinare, e questa urina aveva attratto l’attenzione di uno dei principi che, chinatosi per osservarla, aveva visto vicino delle orme di piede umano molto piccolo, che poteva essere di donna o di ragazzo. Per sciogliere la sua curiosità aveva posto un dito nell’urina (cosa non strana per i tempi, e che i medici facevano comunemente al letto del malato) e la odorò, venendo “assalito da una concupiscenza carnale” che può venire solo da urine di donna. Infine la donna doveva essere gravida, perché poco innanzi alle orme dei piedi c’erano quelle lasciate, più profondamente dalle mani, usate dalla donna per rialzarsi a fatica visto “il carico del corpo”.
Le spiegazioni dei tre principi stupiscono i presenti e specie Beramo, che decide di fare dei tre giovani sconosciuti, che mantengono segreta la propria vera identità, i propri consiglieri avendo così salva la vita.

Alla fine l’hai scelto.
Ce l’hai addosso, sei davanti allo specchio. La tua amica e la commessa sorridono compiaciute.
è esattamente quello che cercavi, quello giusto per te.

O questo o niente.

“Scusi quanto costa questo capolavoro?”

Vabbe… facciamo O NIENTE.

Il problema non è tanto trovare UN vestito. I negozi sono pieni, i negozi sono pieni, le boutique traboccano, le commesse non vedono l’ora di rifilartene uno. Lunghi, corti, bianchi, colorati, lisci o pieni di pizzi, coi nastri o con lo strascico, con il velo e i guanti.
Il problema non è nemmeno trovare un vestito che stia BENE. Ce ne sono di così tanti modelli è impossibile non trovare quello che ci faccia sentire principessa per un giorno. Io per dire ho scoperto che il mio culone da mama Africa è fatto per indossare abiti da sposa: se solo me potessi permettere che percorrere una serie, anche per andare al mercato, in campagna, in autobus. E sono proprio bene, poco da fare!
Il vero problema è trovare il vestito GIUSTO per te. Il vestito giusto per il tuo carattere, per la tua indole, per il tuo carisma, per la tua vocazione; il vestito giusto per il tuo matrimonio, per quella giornata che sogni da quando ho imparato a sognare, giusta per lo stile della festa; giusto perché COERENTE . Ecco, io credo che la caratteristica fondamentale di un vestito da sposa sia quella di non STONARE con la vita.
vorrei un vestito che dica quello che sono, quello che potrei essere, quello che sogno saremo noi due. Mi spaventano un po’ quegli abiti sontuosi che mostrano “quello che non sarò mai”. Mi danno l’idea che ci si sposi un’illusione, un’immagine irreale. Mi pare che l’inevitabile conseguenza di ritrovarsi a dirsi “dopo il matrimonio non è più lo stesso”, senza accorgersi che era il giorno del matrimonio, a non essere più lo stesso rispetto alla vita.

vestito da sposa

Posted: 22/05/2012 in 1 x 1 = 2

Inizi col fermarti davanti alle vetrine, cercando di sovrapporre la tua immagine a quella di quell’abito così bianco, così lungo, così romanticoso, così tremendamente da sposa. Inconfondibilmente da sposa. Mica ti puoi mimetizzare tra gli invitati, sia mai…

E poi arriva il fatidico giorno in cui entri, accompagnata dalla mamma, dall’amica, dalla testimone. E ti ricacciano fuori dicendo che serve l’appuntamento, anche solo per provare. Vabbè…. e già qui…. sai se te lo dicessero in un negozio di scarpe, o dal benzinaio? bah…

finalmente arriva il Fatidico Giorno ciak 2. Ti accoglie lo sguardo inorridito della commessa, che squadra le tue converse basse e i tuoi capelli a coda di cavallo. Tasta la temperatura del tuo portafoglio e si prepara a tirar fuori i vestiti della collezione precedente, proponendo abiti principeschi come fossero calzettoni usati da calciatore. Ma tu, in preda all’emozione, non la vedi e non la senti.

inizi a descrivere l’abito dei sogni, tutto perline, punti luce, strass, voille, pizzi, strascichi e veli; poi inizi a provare.

I primi due non li vedi per niente, troppo presa dall’immagine di te in bianco. Orca l’oca, allora è vero. E’ vero che mi sposo, che lancio il bouquet, che taglio la torta, che bevo dal suo bicchiere, che confondo i parenti, che faccio le boccacce al fotografo, che mi levo le scarpe dai piedi gonfi, che m’addormento senza togliermi i collant, che mi sveglio con mio marito a fianco, con l’alito da sbronza…e’ vero che faccio il modello unico congiunto, che porto fuori la spazzatura per due, che mi tocca cucinare tutti i giorni, che devo stirargli le camice, che la sera della partita spolvero i mobili purchè in silenzio, che se non glielo dico non sa dove sono i suoi calzini, che non si ricorda il giorno dell’anniversario, che a natale ci dividiamo tra i genitori dell’uno e dell’altra, che facciamo la gara a chi si fa la doccia per primo con il boiler piccolo, che ….

“Signorina? Tutto bene?”

“Ehm…si…no…mi sa che avevo un appuntamento dal dentista, non me lo ricordavo….Casomai torno, eh?!”

Capita qualcosa di misterioso nel passaggio tra il parlare di matrimonio e il parlare del TUO matrimonio.
Mentre la tua amica ti racconta i preparativi per il suo grande giorno, tu sorridi silenziosa e dentro di te non fai altro che ripeterti cose del tipo poverina come si è ridotta, io certo non mi stresserò così, ma si può andar dietro a ste’ cazzate, machi glielo fa fare, bisogna essere essenziali, sobri, io non ci cascherò, io voglio un matrimonio semplice, divertente, mica uno sclero collettivo.
Poi arriva il tuo momento, i tuoi mesi pre-nozze. E improvvisamente ti rincoglionisci anche tu, pare tutto ugualmente importante, dai tovaglioli sui tavoli, al colore del bouquet, alla successione dolce-frutta o frutta-dolce, all’altezza del tuo tacco, al carattere delle partecipazioni.
“scusa, ma tu non volevi il matrimonio semplice semplice?” le amiche sanno essere vendicative
“Sì certo! Ma il secondo, mica il primo!”